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Pena ridotta ma condanna confermata. La decisione della Corte d'Appello di Palermo dopo oltre cinque giorni di camera di consiglio. Il senatore PdL processato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. I legali del senatore: ricorreremo in Cassazione.
Il giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo hanno confermato la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa infilitta in primo grado al senatore Pdl Marcello Dell'Utri, ma la pena è stata ridotta da 9 a 7 anni. Una decisione difficile, quella della Corte, riunita in Camera di Consiglio per oltre 5 giorni.
La Corte ha, ad ogni modo, riformato la sentenza di primo grado, assolvendo il Senatore Pdl limitatatmente alle condanne inflitte per fatti commessi dopo il 1992 perché "il fatto non sussiste".
Il Pg Gatto, che a conclusione della sua requisitoria aveva chiesto la condanna di Dell'Utri a 11 anni, si è detto deluso dalla sentenza "perché la parte relativa alla politica era quella in cui l'accusa aveva 'quagliato' meglio. Puo' darsi che io non capisca ma attendo che la Corte me lo spieghi per iscritto. Magari scoprirei di avere sbagliato e con me altri, oppure continuero' a perseverare nella mia opinione".
"La Corte - chiede polemicamente - ha dunque negato che vi sia stata una collaborazione, un patto, uno scambio tra mafia e politica? Dal punto di vista processuale questo fatto non esiste, ma dobbiamo anzi vogliamo capire il perché".
Nel corso del processo il Pg Gatto ha portato a prova del rapporto di scambio fra la Mafia e dell'Utri, nel periodo in cui stava contribuendo alla nascita di Forza Italia, un disegno di legge del 1994 che prevedeva modifiche alle misure cautelari in tema di Mafia. "I boss e i picciotti - ha detto Gatto - ne avrebbero tratto benefici. Il provvedimento non venne approvato solo perché il governo Berlusconi cadde".
Altro elemento l'assunzione ad Arcore, nella tenuta di Silvio Berlusconi, di Vittorio Mangano, che, spiega Gatto, "non fu legata a interessi agricoli, ma alla necessità, che all'epoca avevano tanti imprenditori, tra i quali c'era lo stesso Berlusconi, di 'proteggersi' dal pericolo di sequestri". Tesi avvalorata dal Pg con una citazione dello stesso Dell'Utri. "Nelle dichiarazioni spontanee rese il 29 novembre del 2004 - ha spiegato - fu Dell'Utri a dire che in realtà Mangano si interessava di cani e non di cavalli. Non si vede quale sarebbe stato dunque il suo contributo alla cura di animali che Berlusconi voleva allevare nella sua tenuta appena acquistata".
Poco prima della sentenza il condannato, che è rimasto a Milano, aveva detto "mi aspetto quello che viene" e il suo legale Giuseppe di Pieri aveva aggiunto "Sarà comunque una liberazione".
Dopo la condanna uno dei legali del Pool del senatore, Nino Mormino, ha sottolineato che "Con questa setenza i giudici riconoscono che non c'e' collusione tra la politica e la mafia perche' Dell'Utri e' stato assolto per i reati commessi eventualmente dopo il 1992". "I giudici - ha aggiunto - non hanno creduto alla linea della Procura Ciancimino-Spatuzza e hanno invece riconosciuto sussistenti i reati eventualmente legati a fenomeni estorivi e alle intermediazioni per proteggere le aziende di Berlusconi". Ad ogni modo è già stato annunciato il ricorso in Cassazione.
CNRmedia - 29/06/2010