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LA LIBIA SCARCERA GLI ERITREI CHE CHIEDEVANO ASILO IN ITALIA: "CENTO DI NOI RESPINTI INGIUSTAMENTE"


Notizia del Giorno

Il governo libico ha annunciato la scarcerazione dei 250 eritrei detenuti nel deserto: andranno a lavorare nelle comuni del paese africano. Il governo italiano rivendica la loro "liberazione" ma nega ogni responsabilità per averli ingiustamente respinti. Raggiunti telefonicamente da CNRmedia dicono: "Volevamo raggiungere l'Italia, chiediamo protezione a livello internazionale perchè la Libia non è un paese che riconosca il diritto d'asilo".   LEGGI L'INTERVISTA


La Libia ha raggiunto un accordo per la liberazione dei 250 eritrei detenuti in un carcere libico a Brak, nel sud del paese. Lo ha reso noto il ministro alla Pubblica Sicurezza di Tripoli gen. Younis Al Obeidi, secondo quanto riferito da fonti locali dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. L'accordo consentirà ai 250 eritrei di uscire dal carcere in cambio di "lavoro socialmente utile in diverse Shabie (comuni) della Libia".

Questo il primo commento di un cittadino eritreo raggiunto telefonicamente da CNRmedia nel campo di prigionia di Al Braq, e che si fa chiamare Daniel:

"Noi siamo circa 200, più della metà di noi durante lo scorso anno ha cercato di venire in Italia ma è stata respinta dalla guardia costiera senza che neanche ci venissero chiesti i documenti. Poi abbiamo cominciato a girare di prigione in prigione e, alla fine, siamo arrivati ad Al Braq. Da quando siamo stati respinti dalle autorità italiane abbiamo affrontato torture e percosse in ogni prigione dove siamo stati rinchiusi fino ad arrivare qui, nel deserto, in una condizione disumana".

"Abbiamo ricevuto la notizia della nostra liberazione stamattina da una giornalista. La Libia ci vuole scarcerare e concedere il permesso di lavoro. Chiediamo protezione a livello internazionale perchè la Libia non è un paese che riconosca il diritto d'asilo. Fino ad ora le autorità carcerarie non ci hanno comunicato niente. Nessuno è venuto qui. Vengono da noi solamente per picchiarci e torturarci, nessuno è interessato alla nostra sorte. La Libia non riconosce i diritti dell'uomo e le Organizzazioni Internazionali".

"Non riceviamo cure mediche, non abbiamo cibo e acqua a sufficenza per tutti e la temperatura qui supera i 40 gradi. Nella mia cella siamo 95 e nell'altra in 105. Si stanno diffondendo molte malattie perchè usiamo al stessa stanza per dormire, mangiare e andare in bagno. Quasi tutti hanno la dissenteria. In questo paese ci torturano e ci vogliono morti. A questo punto sarebbe meglio tornare in Eritrea piuttosto che morire qui nel deserto".

"Siamo terrorizzati da una possibile visita dell'ambasciatore eritreo. Qui vicino c'è un'aeroporto internazionale quindi potrebbero deportarci senza che nessuno dica nulla. In Italia i media parlano molto della nostra storia ma le autorità e la comunità internazionale fanno niente per aiutarci. Nessun paese ci ha garantito lo status di rifugiati. La Libia non riconosce le regole del diritto internazionale sui rifugiati e i diritti umani. Ci vorrebbero liberare e concedere il permesso di lavoro ma questa non è una soluzione efficace. Non basta".

"Tutti noi abbiamo già vissuto due tre anni in questo paese e sappiamo che potremmo essere di nuovo messi in carcere tra un po' di tempo. Per questo chiediamo protezione da parte della comunità internazionale. Se fossimo riportati nel nostro paese la nostra sorte sarebbe segnata: saremmo incarcerati in celle sotterranee. E' già capitato ad altri di firmare dei permessi di lavoro libici con la promessa di essere liberati e poi di essere comunque deportati".

"Il Governo italiano non ha nessuna responsabilità" ha detto pochi minuti prima dell'annuncio il ministro dell'Interno Maroni, dopo che il Consiglio d'Europa ha chiesto all'Italia di trattare con la Libia. Il ministro ha sottolineato che "è indimostrato che queste persone siano tra gli 850 migranti respinti dall'Italia verso la Libia". Anche il sottosegretario agli esteri Stefania Craxi respinge l'ipotesi di una responsabilità del Governo italiano e sottolinea che si tratta di una "responsabilita' politica che investe tutta l'Europa".

Lo stesso sottosegretario Craxi ha confermato la liberazione degli eritrei davanti alla Commissione Esteri del Senato, aggiungendo che è stata decisiva anche la mediazione del Governo italiano, che ha chiesto chiarimenti a Tripoli.

CNRmedia - 07/07/2010




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